.
Annunci online

CipollePresbiti
Il BLOG DI ELI
21 maggio 2010
La gara letteraria sul social network

Sul socialnetwork Facebook, grazie alla genialità di Gianna Cecchi, in arte Giagina, è nata una pagina collettiva di intrattenimento, chiamata “l’eco di Facebook”. Il parlare lì è libero, sia in quanto opinioni che argomenti, e si ride anche molto. La mattina i partecipanti comunicano il clima a “meteo direct”, c’è il proverbio e il santo del giorno, le rubriche sportive, la posta del cuore, i consigli della dietologa.

Qualche giorno fa Giagina ha lanciato un concorso letterario. I concorrenti erano invitati a scrivere un brevissimo racconto che avesse tre elementi fissi: due protagonisti con nome Andrea e Maria (con l’avvertenza che Andrea in molti paesi del nord europa è anche un nome femminile, e che il “Maria” poteva anche essere parte di un nome maschile, per esempio “Carlo Maria”), e una carabina ad aria compressa. Inoltre nel racconto andava citato in qualche modo “l’eco di facebook”. Tutto il resto (genere, ambientazione) poteva essere liberamente interpretato.
Al momento i raccontini (che potranno pervenire fino al giorno 30 di questo mese) vengono via via pubblicati su questa sezione:
e possono essere votati cliccando su “mi piace”.
Ieri sera ho inviato a Giagina il mio racconto (ad ora ancora non pubblicato), che è questo:
 
Kreuzberg. Si pronuncia Kroizberg, ditelo agli americani. 
“Vai alle giostre turche, e tira ai palloncini”. Niente altro, su un foglio di carta a quadretti. Questo Maria aveva fatto sapere ad Andrea, facendole scivolare un biglietto nella borsa poggiata a terra, accanto al tavolo del bar, mentre si toglieva i guanti, seduta al tavolo proprio vicino, con le sedie che quasi si toccavano. Dopo qualche secondo Andrea si era alzata, aveva preso la sua borsa e si era allontanata, senza uno sguardo alla giovane donna bionda che ordinava un caffè.
Da allora ogni mercoledì Andrea camminava verso Kreuzberg, con passo lento, e un po’ ondeggiante, i tacchi fini e una gonna ampia, per poi fermarsi, guardarsi intorno, e fingere di controllare la linea del suo rossetto dentro un piccolo specchietto. E quindi al chiosco del tiro al bersaglio del turco Kemal , un marco sul banco per impugnare quel fucile ad aria compressa, mirare ai palloncini colorati, sparare, colpirli, sorridere a Kemal che –anche lui sorrideva- le porgeva l’orsacchiotto di peluche, salutare, andar via, tornare a casa.
Ogni settimana un piccolo orsacchiotto con gli occhi di vetro la guardava stupito mentre lei scuciva la fodera della sua zampa. Ma quel giorno Andrea non trovò niente. Nervosamente si mise a scucire l’intero orsacchiotto, a tirar via l’imbottitura, a cavare gli occhi di quel pupazzo. Niente: nessun messaggio. Accese una sigaretta, ci pensò su. Non era tranquilla, le nocche delle dita strette tradivano i suoi pensieri. Rifletteva. Poi decise ugualmente di passare il confine del muro. Si rinfilò il cappotto, mise le chiavi in tasca e si chiuse la porta alle spalle.
E’ successo qualcosa, pensò. Maria potrebbe essere in pericolo. E anch’io.
Già da qualche tempo lei e Maria, sua sorella, tedesche rimaste all’est di un muro costruito come un segno nemico su una carta stradale, erano state assoldate dai servizi segreti della DDR. La missione era spiare altri tedeschi dell’est, spiare gli americani dall’altra parte del muro, controllare visi, passaggi, dicerie intrecciate di turchi e tedeschi del quartiere di Kreuzberg. Due ragazze giovani, insospettabili, e la Stasi aveva procurato passaporti, e lasciapassare. Andrea di qua dal muro, Maria di là, e Hans che raccoglieva le informazioni dalle ragazze: nel quartiere di Mitte si diceva che Hans fosse il fidanzato di Maria, e che presto si sarebbero sposati. 
Riattraversò una Berlino invernale, ad un incrocio le arrivarono le risate giovani e un po’ sguaiate di un gruppo di soldati americani, poi li vide, in fondo alla via. Affrettò il passo. In breve si trovò al checkpoint Charlie. Il soldato americano disse alt e la guardò, Andrea tirò fuori dei documenti un po’ sgualciti, un passaporto, un lasciapassare. Il piantone li controllava, e Andrea intanto fu attratta dall’altro soldato, quello in piedi accanto alla postazione, che aveva in mano una specie di giornalino. Il titolo era “l’eco di facebook”. Cos’è, chiese al piantone che le restituiva i documenti , indicando con lo sguardo proprio quel foglio. Ich weiss nicht, rispose il soldato in un tedesco stentato, forse è un giornalino della scuola di sua figlia: sa, per i nostri figli il governo manda gli insegnanti dagli stati uniti. Abbiamo le scuole, e le case, resteremo a lungo. Già, rispose Andrea. Rimarranno a lungo, con le loro abitudini, la loro lingua, le loro mogli , i loro giornalini scolastici. Poi, con le mani in tasca, attraversò velocemente il confine. 
Ripensò alla settimana precedente, a quell’incontro casuale allo zoo con quell’americano che aveva conosciuto qualche giorno prima al ballo della festa cittadina. Non gli aveva detto niente, no, in effetti, niente. Aveva parlato di Maria, di Hans, di quanto loro due si amassero e di quanto desiderassero sposarsi, e poi, ancora, di quanto fosse forte il legame con sua sorella, di quanto le mancasse. Lui le aveva chiesto perché il muro le avesse separate, e lei aveva perso un secondo a rispondere, un secondo di troppo. Una titubanza, un indecisione. Chi era quell’uomo, si era chiesta. E poi aveva risposto a lui: io abitavo da questa parte della città. L’aveva salutato dandogli la mano, velocemente. E poi l’aveva dimenticato.
Faceva  la strada correndo, non c’erano passanti in strada, solo un uomo col cane all’angolo di Munzstrasse. Entrò in un portone di Alexanderplatz, salì svelta le scale, suonò alla porta di Maria Holzer. Aspettò, poi nervosamente ribussò, e poi sentì qualcuno dietro di lei, e si girò di scatto. Hans era lì, con un cappello e una pistola puntata contro di lei. Tu e tua sorella avete mentito, le disse. No, disse lei, piano, guardando Hans negli occhi. E poi chiese “dov’è Maria”. Ma non sentì la risposta.
 
 
   

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. l'eco di FB

permalink | inviato da _Eli_ il 21/5/2010 alle 10:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
10 gennaio 2010
Mondriaan chi? Pieter Cornelius!

Semplifico. Le cose che stanno nella realtà hanno, di solito, tre dimensioni. Non è esattamente così, specie dopo la nascita di Albert in quel di Ulm. Però per un sacco di secoli è stato così, e la semplificazione può ancora funzionare.

Dicevo, delle tre dimensioni: l'altezza (da sotto a sopra), la larghezza (da qui a lì), la lunghezza (da là dietro a qui davanti).
La retina degli umani, le tele e le pareti da dipingere hanno almeno una caratteristica in comune: due dimensioni.

Bel problema, eh? Io voglio rappresentare una cosa che ha tre dimensioni, ma dispongo solo di una retina, o di un pezzo di carta, o di un muro.
La retina il problema lo fa risolvere al cervello: gli manda la rappresentazione di un oggetto in sola "altezza" e "larghezza", e il cervello -dopo aver calcolato lo scorcio, le ombre, eccetera- dice: oggetto tridimensionale, più lungo che largo. O l'opposto, più largo che alto. Insomma: il cervello dice che roba è quella che la retina sta illustrando.
Basandosi sull'osservazione di quel che fanno retina e cervello in combutta, gli umani hanno codificato un metodo -per i fogli di carta e i muri da affrescare- che è proprio uguale, e l'hanno chiamato "prospettiva".

Non è che sia stato proprio facile codificare una cosa così relativamente complicata: gli egiziani antichi, per esempio, non ci riuscivano, e quindi facevano ottimi disegni, ma tutti in punta di linea di orizzonte. Greci, romani ed etruschi si sono applicati di più, e poi mano mano la tecnica si è affinata. Oggi una prospettiva si fa con un programma di computer: gli dici dove sta l'osservatore, quanto è alto, lungo e largo il tuo oggetto e quello (il programma), PUFF! con un click te lo disegna.

Vabbè, per molti secoli pittori e architetti hanno utilizzato il metodo prospettiva.
Poi è arrivato il millenovecento. Come si sa, in quel periodo più che in altri, c'era un mucchio di gente che si fermava e si chiedeva: e chi l'ha detto che bisogna fare PROPRIO COSI'?? e più il metodo per fare tradizionalmente qualcosa era, per l'appunto, "tradizionale", e più c'era gente che provava a smontarlo. Un secolo di bastian contrari.

Quasi tutti si sono applicati su questa vicenda della tridimensionalità e della prospettiva: un pò complice pure Albert da Ulm che di dimensione ne scopriva un'altra, complicando enormenente le cose. Anche Sigmud da Vienna, con quella storia di conscio e subconscio, del dualismo, ci metteva del suo: almeno a livello filosofico.  Un complotto generalizzato contro tutto ciò che fino ad allora era stato più o meno accettato.

E' stato così che un gruppo di mattacchioni geniali si è chiesto: perchè non smontiamo le tre dimensioni e poi le rimontiamo a modo nostro sulla tela a due dimensioni? Nasceva il cubismo.
Tra le cose cubiste popolarmente più note ci sono i ritratti di Picasso: l'occhio che sta dalla parte della faccia non visibile, Pablo te lo piazza sotto il naso, o vicino alla bocca: così lo vedi lo stesso, e il tuo cervello non deve elaborare il fatto che se c'è un occhio a sinistra necessariamente ce ne deve essere uno identico a destra (e chi l'ha detto, poi, che sia sempre così?), pure se il pittore sta guardando solo la parte sinistra del viso del tizio ritratto. Naturalmente il cervello fa inizialmente un pò di fatica ad elaborare una cosa che non è nelle sue abitudini: ma d'altronde tutta la cultura fa questo effetto.

Tra i cubisti più cubisti e anche più geniali ci fu un tizio olandese che si chiamava Mondriaan (tolse poi una a perchè solo in olanda usano tutte queste vocali una dopo l'altra: a parigi non servivano). A lui piaceva rappresentare la natura più che le persone.
E dipingeva così, con tutti i rami (quelli dietro, quelli davanti, quelli a sinistra, quelli a destra) sulla stessa superficie:

 

Piano piano quella cosa lì diventò questa qui:

 

La sua influenza nel disegno dell'architettura fu enorme.
Dice: è facile, potrebbe farla un bambino. Forse sì, ma perchè da bambini si hanno più neuroni ;-)        
 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Cubismo

permalink | inviato da _Eli_ il 10/1/2010 alle 18:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
8 gennaio 2010
E lo so che è una posizione minoritaria

pazienza!

Però penso che questo quadro qui sia più interessante della Gioconda

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Leonardo

permalink | inviato da _Eli_ il 8/1/2010 alle 19:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (40) | Versione per la stampa
sfoglia
  

Rubriche
Link
Cerca

Feed

Feed RSS di questo 

blog Reader
Feed ATOM di questo 

blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 1 volte




IL CANNOCCHIALE